
La figura di uno dei personaggi che con più forza ha segnato la storia repubblicana, Giulio Andreotti, viene osservata con spirito da entomologo e messa in scena da Sorrentino con uno stile sempre più personale, che ricalca quello delle due opere precedenti, Le conseguenze dell'amore e L'amico di famiglia. Quello che va in scena qui, come già s'è detto da più parti, è l'emblema in persona, ciò che l'uomo Andreotti rappresenta in cinquanta e rotti anni di repubblica e di italianità. Gli omicidi Dalla Chiesa e Pecorelli, il sequestro Moro, Tangentopoli, il bacio di Riina, tutti gli eventi sfilano e passano nella vita di questo essere imperturbabile (che sente quasi il bisogno di giustificare la propria umanità elencando i 3 momenti in cui nella vita ha versato lacrime) e indecifrabile persino per la compagna di una vita. Se è sempre difficile cercare di rappresentare in un'opera o quantomeno fermare e fare il bilancio eventi ravvicinati, tentare di farlo con un materiale talmente ingarbugliato come il filo dei misteri d'Italia è impresa titanica. Sorrentino evita abilmente la trappola del film indagine e cerca di elevarlo ad un livello virtuosamente macchiettistico, dato che il personaggio principale è forse la più grande macchietta della storia nazionale, col suo fisico (le mani a tre diversi stati) e la sua patologica battuta pronta che si fondono in un tutt'uno magnetico e definitivo. Toni Servillo offre una prova magistrale, in un ruolo molto difficile (cosa c'è di più difficile del parodiare un uomo che è già la parodia di sé stesso?). Per forza di cose non c'è una vera e propria trama con sviluppo e conclusione, il film mostra gli anni che vanno dagli omicidi Dalla Chiesa e Pecorelli fino all'apertura del processo Andreotti, ma il film rimane comunque godibilissimo dall'inizio alla fine, senza mai un momento morto o un calo di ritmo. Una successione di scene memorabili, una dopo l'altra, alcune surreali (l'incontro col gatto al Quirinale, lo skateboard che entra in scena), altre semplicemente intense (la confessione del "segreto" a Cossiga, il breve monologo sul finale). Un film in un certo senso gemello rispetto a Gomorra, per quanto la pellicola di Garrone mette in scena la manovalanza e la base della piramide di ciò che è sporco in Italia, così Il Divo mostra ciò che sta in alto, laddove tutto si fa più confuso e bianco e nero non esistono più...tutto si fa più complesso, come sottolinea il protagonista concedendo un'intervista a Scalfari. E' da notare anche il fatto che entrambi i film cerchino di discostarsi dai classici esempi di film di denuncia che li hanno preceduti, per cercare un linguaggio diverso, che punti il dito non solo contro i personaggi in scena, ma anche contro il paese intero. Una sorta di "come siamo" implicito, non urlato ma sussurrato fra le righe.
Con questa doppietta il cinema italiano conferma il suo ottimo momento. Parlare di rinascita mi sembra alquanto esagerato, ma diversi lavori recenti stanno finalmente cercando di uscire dai classici generi italici per proporre un'idea di cinema più libero e moderno. Mi riferisco, oltre a questo film e a Gomorra, all'esordio di Zanasi con Non pensarci e al mockumentary Riprendimi, oltre alle conferme più classiche dell'ultimo Virzì o di Moretti in Caos calmo.
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