31 maggio 2008

La figura di uno dei personaggi che con più forza ha segnato la storia repubblicana, Giulio Andreotti, viene osservata con spirito da entomologo e messa in scena da Sorrentino con uno stile sempre più personale, che ricalca quello delle due opere precedenti, Le conseguenze dell'amore e L'amico di famiglia. Quello che va in scena qui, come già s'è detto da più parti, è l'emblema in persona, ciò che l'uomo Andreotti rappresenta in cinquanta e rotti anni di repubblica e di italianità. Gli omicidi Dalla Chiesa e Pecorelli, il sequestro Moro, Tangentopoli, il bacio di Riina, tutti gli eventi sfilano e passano nella vita di questo essere imperturbabile (che sente quasi il bisogno di giustificare la propria umanità elencando i 3 momenti in cui nella vita ha versato lacrime) e indecifrabile persino per la compagna di una vita. Se è sempre difficile cercare di rappresentare in un'opera o quantomeno fermare e fare il bilancio eventi ravvicinati, tentare di farlo con un materiale talmente ingarbugliato come il filo dei misteri d'Italia è impresa titanica. Sorrentino evita abilmente la trappola del film indagine e cerca di elevarlo ad un livello virtuosamente macchiettistico, dato che il personaggio principale è forse la più grande macchietta della storia nazionale, col suo fisico (le mani a tre diversi stati) e la sua patologica battuta pronta che si fondono in un tutt'uno magnetico e definitivo. Toni Servillo offre una prova magistrale, in un ruolo molto difficile (cosa c'è di più difficile del parodiare un uomo che è già la parodia di sé stesso?). Per forza di cose non c'è una vera e propria trama con sviluppo e conclusione, il film mostra gli anni che vanno dagli omicidi Dalla Chiesa e Pecorelli fino all'apertura del processo Andreotti, ma il film rimane comunque godibilissimo dall'inizio alla fine, senza mai un momento morto o un calo di ritmo. Una successione di scene memorabili, una dopo l'altra, alcune surreali (l'incontro col gatto al Quirinale, lo skateboard che entra in scena), altre semplicemente intense (la confessione del "segreto" a Cossiga, il breve monologo sul finale). Un film in un certo senso gemello rispetto a Gomorra, per quanto la pellicola di Garrone mette in scena la manovalanza e la base della piramide di ciò che è sporco in Italia, così Il Divo mostra ciò che sta in alto, laddove tutto si fa più confuso e bianco e nero non esistono più...tutto si fa più complesso, come sottolinea il protagonista concedendo un'intervista a Scalfari. E' da notare anche il fatto che entrambi i film cerchino di discostarsi dai classici esempi di film di denuncia che li hanno preceduti, per cercare un linguaggio diverso, che punti il dito non solo contro i personaggi in scena, ma anche contro il paese intero. Una sorta di "come siamo" implicito, non urlato ma sussurrato fra le righe.
Con questa doppietta il cinema italiano conferma il suo ottimo momento. Parlare di rinascita mi sembra alquanto esagerato, ma diversi lavori recenti stanno finalmente cercando di uscire dai classici generi italici per proporre un'idea di cinema più libero e moderno. Mi riferisco, oltre a questo film e a Gomorra, all'esordio di Zanasi con Non pensarci e al mockumentary Riprendimi, oltre alle conferme più classiche dell'ultimo Virzì o di Moretti in Caos calmo.

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5 maggio 2008

Nel 1979 usciva questa imponente opera divulgativa, che nel corso degli anni ha fatto conoscere a moltissime persone le meraviglie della mente umana. Un'opera complessa ma allo stesso tempo scritta in modo da esporre i temi nella maniera più semplice possibile. Temi molto profondi, che toccano l'essenza stessa dell'essere umano e vanno incontro a domande fondamentali quali "Che cos'è l'intelligenza?", "Come funziona la mente umana?" o "Cosa possiamo conoscere?". A queste domande, lungi dal dare risposte dogmatiche, Hofstadter si avvicina in maniera graduale, sempre cercando di affrontare le questioni da angolazioni diverse e di spostare i punti di vista, per meglio svelare le possibili risposte. Lo fa impostando la struttura stessa del libro in maniera funzionale e coerente, alternando dialoghi "galileani" a capitoli esplicativi e soprattutto intrecciando agli argomenti trattati le opere di due artisti, Escher da una parte e Bach dall'altra, che rivelano ad un'analisi approfondita mirabili punti in comune ed uno spirito artistico mosso da regole spesso simili. Si passa così, sempre mantenendo una naturale fluidità, da certi argomenti ad altri che all'apparenza sembrerebbero avere ben poco in comune: dalla logica/matematica tout court (Sistemi formali, Calcolo Proposizionale, Aritmetica Tipografica...) alla biologia (Reti neuronali, Duplicazione del DNA...), fino a toccare argomenti quali lo Zen, i Canoni musicali, le traduzioni linguistiche e soprattutto le Intelligenze Artificiali. La possibilità di poter creare in futuro intelligenze analoghe a quella dell'uomo o addirittura superiori apre scenari stimolanti e solleva domande complesse. Dipanando la ghirlanda del titolo si arriva a quello che ne è per certi versi il cuore: l'analisi del Teorema dell'Incompletezza di Gödel, col quale il logico austriaco dimostrò nel 1931 l'incompletezza interna di ogni sistema formale sufficientemente potente, aritmetica compresa, provocando di fatto un terremoto di vaste proporzioni, i cui effetti si ripercuotono su campi anche distanti da quello matematico. Una lettura sicuramente impegnativa, ma che ha l'indubbio pregio di fare chiarezza e fornire solide basi a chi desidera avventurarsi alla scoperta dell'unico luogo sul pianeta rimasto in gran parte inesplorato: la mente umana.

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13 aprile 2008
 
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18 febbraio 2008
La terra, il sangue, il sangue della terra, il latte che ci nutre, la linfa, il succo da spremere, il nettare che ci inebria, la sete che non si placa, la melma che ci sporca, il sudore dell'indemoniato e lo sputo. There will be blood è un film liquido, impastato, carico di simbolismi talmente espliciti che non solo non danno minimamente fastidio, ma si trasformano in monoliti da ammirare in contemplazione. E allora la torre di trivellazione che succhia dal suolo, brucia e collassa, gli uomini sporchi fino alle orecchie di petrolio, la potenza esplosiva della natura e le secchiate, i laghi, i barili e i fiumi di materia nera creano il Nuovomondo in cui danza satanasso e gigantesco Daniel Plainview, cercatore di petrolio al tempo in cui affiorava spontaneamente dalla terra e a tirarlo fuori si moriva o ci si arricchiva, con eguale probabilità. Paul Thomas Anderson, che già ci aveva regalato grandissimi film, se ne esce con quello che sarà ritenuto a ragione il suo capolavoro indiscusso, un film kubrickiano, fatto di scene potentissime, messe in fila l'una dietro l'altra, quasi a voler alzare continuamente l'asticella, e filmate con una maestria e una perfezione che a soli 37 anni, francamente, fanno strabuzzare gli occhi. La bellissima fotografia e il modo in cui viene reso il west d'inizio secolo ricordano terribilmente l'altrettanto esteticamente affascinante Assassinio di Jesse James. Il rapporto con Oil! di Upton Sinclair, con adattamento da parte dello stesso Anderson, è più che altro di ispirazione e il risultato finale è un film che narrativamente si muove lontanissimo dai canoni hollywoodiani e dalle sue strutture. Non ci sono personaggi che incarnino positività e affezionarsi a qualcuno di loro risulta impossibile, men che meno al protagonista. Il duello di rapacità e successo ad ogni costo e con ogni mezzo, ingaggiato dai due personaggi principali (il già citato Day-Lewis e il buon Paul Dano, apprezzato in Little Miss Sunshine, ma che qui ha la sfortuna di doversi misurare contro una delle performance del decennio) viene dilazionato nel tempo, ma quel che cambia non sono certo gli animi e i sentimenti dei contendenti, quanto più le possibilità che essi hanno di sottomettere il rivale. In questo senso la trama è immobile, non vi è nessuna evoluzione significativa, e l'unica mutazione che fa procedere il film è nella concretezza di ciò che i personaggi riescono ad ottenere o a perdere. Il mondo del petroliere è popolato di personaggi che ci costringono ad odiare, così come loro a loro volta odiano il mondo, in un rispecchiamento che nello spettatore comune non può che creare disagio. Il bellissimo finale, in parte sospeso, è perfettamente allineato e coerente con questa idea di delusione continua delle aspettative messe in campo. E' la misantropia latente in ognuno di noi che Plainview va cercando con le trivelle e tutto, e la trova. La trova nello sdegno per una finta fede, nella difficile empatia verso un figlio oscuro e minaccioso, nella falsità e nel sospetto. Una successione di scene madri, dicevo, e tutte avvolte nella straordinaria colonna sonora di Johnny Radiohead Greenwood, che mischia archi e sonorità a volte bizzarre in un ambito così classico (la bellissima Proven Lands ne è un esempio), facendosi ammirare senza mai prevaricare e amalgamandosi perfettamente. Un film importante per lo stesso regista, che abbandona la calligrafia Altmaniana di opere come Boogie Nights o Magnolia e raggiunge una classicità tanto personale quanto di difficile attribuzione. Un'opera importante, che ripaga i 5 anni di attesa e ci lascia con l'acquilina in bocca, meravigliati e vogliosi di averne ancora, sempre di più, quasi rapaci.

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14 febbraio 2008
Coda di lupo (Rimini) - La trasfigurazione dell'innocenza infantile in quella di un popolo indiano a metà strada fra le praterie e la brianza, fra la Via Emilia e il west. Come già fiume Sand Creek, ma col gusto del surreale e dell'immaginifico: un inno alla diffidenza e all'anticonformismo.

Sidùn (Creuza de mä) - Il pianto di un padre che tiene in braccio il figlio morto, nella città di Sidone al tempo di Regan e Sharon, è l'affermazione straziante della stupidità di ogni guerra.

Verranno a chiederti del nostro amore (Storia di un impiegato) - Stupenda e sublime, il valore dell'amore di fronte alla banalità della vita.

La canzone del padre (Storia di un impiegato) - La disperazione, la presa di coscienza della meschinità della vita, di chi si sveglia dal sogno e matura l'idea di una giustizia solitaria. L'impiegato tocca il punto più basso del suo viaggio solitario.

Il suonatore Jones (Non al denaro non all'amore né al cielo) - L'unica anima felice del cimitero di Spoon River, il violinista che voleva coltivare i suoi campi ad ottavini, diviene l'alter ego di Fabrizio, che suona su richiesta e ama lasciarsi ascoltare. Signora libertà.

Giugno '73 (Volume 8) - Il congedo da un amore finito, in bilico tra l'ironia e la dolcezza del ricordo, che non nutre rancore, per seguire un viaggio che porta un po' più lontano. Io mi dico è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati.

La domenica delle salme (Le nuvole) - Brano profetico in ogni senso, uno sguardo lucidissimo e spietato sull'Italia di ieri e anche di oggi. Ancora (purtroppo) attualissima.

Zirichiltaggia (Rimini) - Brano deliziosamente macchiettistico, fatto della stessa materia di Don Raffaè. I due fratelli sardi, che litigano per questioni di eredità, rivelano in controluce l'amore per quella terra.

Hotel Supramonte (Indiano) - Il ricordo del rapimento, trasfigurato attraverso metafore bellissime e reso con una dolcezza disarmante.

Smisurata preghiera (Anime salve) - L'ultimo pezzo dell'ultimo album, degno tassello di un'unica grande poesia, si libra sulle ali dei versi di Álvaro Mutis e diventa un'invocazione, il testamento spirituale di tutti i diseredati e gli emarginati.

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11 febbraio 2008

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9 febbraio 2008
Premetto che non ho letto il libro di Veronesi, quindi non posso fare parallelismi né accodarmi al prestigioso club del "era meglio il libro", ma caos calmo, in tempi (anni) di vacche magre per il cinema nazionale, mi ha dato a pelle l'impressione, se non di una ventata di freschezza, almeno di qualche refolo. Il soggetto non si discosta di molto dal resto della produzione italica e a dire il vero nemmeno la regia di Grimaldi, uno che viene da parecchia fiction e si vede, colpisce più di tanto. Qua si parla ovviamente di Moretti, un personaggio che è ineluttabilmente destinato a monopolizzare, nel bene e nel male, qualsiasi film in cui compaia. E inevitabili sono anche i parallelismi con La stanza del figlio, vuoi per affinità tematiche (l'elaborazione del lutto, il senso dell'essere padre), vuoi per il modo asciutto e mai sopra le righe in cui si dipana la storia, vuoi, infine, per la sensazione di necessità che film del genere trasmettono. Le note positive in Caos calmo provengono quasi tutte dal protagonista indiscusso e indiscutibile, che marca una prestazione sincera e a tratti commovente, anche se un po' ci prova sempre a trapiantare nel film le sue personali idiosincrasie ("Ti ricordi? Ti ricordi?") e Grimaldi deve aver faticato come un mulo per limitarlo, sempre che non sia finito a portare i cestini sul set. Il resto del cast si industria come può per non farsi schiacciare, fra un Gassman meno insopportabile del solito, una Golino impeccabile e il sempre irresistibile Silvio Orlando, sull'orlo di trasformarsi nel pasticciere trotzkista. Un accenno lo voglio fare per la meravigliosa scena dell'uscita da scuola, con l'adunata delle mamme e la bellissima sensazione della nascita di un piccolo quotidiano evento che si crea dal nulla, anche se piazzarci Your ex-lover is dead mi è sembrato un tantino troppo didascalico.
Molti riponevano grandi speranze in questo film, ma ragionando in questi termini Caos calmo non salva niente, intendiamoci. Non c'è ampio respiro, non ci sono scelte precise e il tutto non esce dalla solita borghesata italiana, fatta però stavolta con un pizzico di cuore in più. Moretti non ci salva a bracciate, al limite ci allunga uno schiaffone per non farci andare nel panico. Se vi accontentate, una bocc(eggi)ata d'aria ve la potete anche fare.

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